Una consapevolezza che arriva dopo anni di segnalazioni
Nel bilancio di fine anno il Sindaco di Livorno sembra finalmente aver preso coscienza delle criticità generate dalla cosiddetta malamovida nel centro cittadino, criticità che noi residenti denunciamo da anni. Viene spontaneo dire “meglio tardi che mai”, ma il problema delle nostre amministrazioni – e più in generale del nostro sistema Paese – resta la latenza cronica tra la segnalazione dei problemi e l’azione concreta.
Troppo spesso, inoltre, l’azione viene sostituita da buoni propositi sulla carta che non trovano riscontro nel mondo reale, fatto di interventi efficaci, coerenti e tempestivi.
Una situazione definita “complicata”, ma senza controlli adeguati
La gravità del fenomeno è riconosciuta dalle stesse parole del Sindaco quando afferma: «La situazione della zona è complicata…». Tuttavia, a questa ammissione non segue una strategia operativa adeguata. Lo stesso Sindaco dichiara infatti di non avere intenzione di impiegare gli ultimi assunti della Polizia Locale, sostenendo di non sapere cosa potrebbe accadere dopo la chiusura dei locali alle ore 1.30, quando gli avventori si trattengono in strada.
In altri termini, da un lato si riconosce ufficialmente una condizione di criticità – la stessa che i residenti segnalano da anni – e dall’altro si rinuncia a presidiare il territorio proprio nella fascia oraria più delicata.
Il rimpallo delle responsabilità e l’assenza di interventi concreti
Il richiamo del Sindaco a un maggiore coinvolgimento del Prefetto sul versante della sicurezza rientra in una dinamica ormai nota. Sul piano pratico, però, i risultati continuano a mancare. Nel frattempo, i cittadini del centro storico sono costretti a convivere, ogni fine settimana, con le stesse prevedibili problematiche: rumore, degrado, insicurezza e compromissione della qualità della vita.
Il vero nodo: densità dei locali e incompatibilità urbana
Il punto centrale della questione è rappresentato dalla densità eccessiva di locali concentrati in una via con caratteristiche strutturali del tutto inadeguate ad accogliere migliaia di persone. Le conseguenze sono evidenti, sia sul piano del disturbo alla quiete e alla salute dei residenti, sia su quello della sicurezza pubblica.
Attività diurne o al massimo serali potrebbero essere compatibili con il contesto urbano e tollerabili per chi vive il centro città. Lo spostamento sistematico dell’aggregazione nelle ore notturne, invece, innesca dinamiche che non possono essere governate se non ricorrendo a misure eccezionali, costose e difficilmente sostenibili nel tempo.
Perché la chiusura alle 1.30 non è una scelta razionale
I residenti faticano inoltre a comprendere il razionale della conferma dell’orario di chiusura delle attività alle ore 1.30. Sconfinare stabilmente nelle ore notturne, mantenendo una situazione di fatto fuori controllo per chi vive il centro città, espone tutti – cittadini e operatori economici – a rischi crescenti.
Il rischio concreto è che, al primo episodio serio o grave, l’amministrazione sia costretta ad adottare provvedimenti emergenziali e ben più restrittivi rispetto a quelli che oggi i residenti chiedono con equilibrio e senso di responsabilità.
Paradossalmente, l’assenza di prevenzione rischia di danneggiare proprio le attività economiche, che potrebbero subire chiusure anticipate, sospensioni o limitazioni drastiche imposte in nome dell’ordine pubblico e della sicurezza.
Un’ordinanza che ignora gli avvertimenti
L’ordinanza recentemente emanata non ha tenuto conto né degli avvertimenti sul piano della sicurezza espressi dal Prefetto e dai cittadini, né della richiesta – più volte ribadita – di non trasformare via Cambini e il centro città in un luogo di aggregazione notturna.
Si tratta di una scelta che rischia di aggravare una situazione già critica, invece di avviare un percorso serio di riequilibrio tra diritto al divertimento, tutela delle attività economiche e diritto dei residenti a una vita dignitosa, sicura e sostenibile.
Azione legale: non “contro” qualcuno, ma “per” la città
È necessario chiarire un punto fondamentale. L’eventuale ricorso alle vie legali da parte dei residenti non è, né sarebbe, un’azione “contro” il Sindaco o contro la città, come lasciato intendere. Al contrario, si tratterebbe di un’azione a tutela della città stessa, dei suoi abitanti e del corretto equilibrio tra diritti, interessi economici e sicurezza pubblica.
Le azioni giudiziarie già intraprese e vinte in altre città dimostrano che il problema non è ideologico, ma amministrativo. E vale la pena ricordare che un’eventuale condanna non ricadrebbe sul Sindaco come persona, bensì sulle risorse pubbliche che egli amministra. Risorse che appartengono a tutti i cittadini e che potrebbero essere impiegate per prevenzione, pianificazione e controllo, anziché per sanare ex post responsabilità accertate.
Prevenire oggi, con scelte razionali e coraggiose, significa evitare domani interventi imposti da sentenze, emergenze o fatti gravi che nessuno auspica.
Comitato Modì
(in fase di costituzione)
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